Un viaggio unico, alla scoperta di un mondo selvaggio e primordiale. Con il fuoristrada, in barca e in aereo, il nostro tour tocca lo stato dello Zimbawe e del Botswana, dalle immense cascate di Victoria Falls al delta del fiume Okavango.
Il viaggio per raggiungere l’Africa Australe è intervallato da due scali, a Doha e a Johannesburg. Il volo trascorre in un soffio tanta è la trepidazione per l’avventura che ci attende: prima meta le cascate di Victoria Falls. Lo spettacolo è grandioso. Un immenso salto d’acqua, alto più di 100 metri e dall’ampiezza di quasi 2 chilometri. Il boato della cascata evoca tanta potenza, ma non è facile descriverlo a parole. Forza selvaggia e indomita bellezza. Mi immagino possa essere stato il pensiero dell’esploratore scozzese Livingstone, quando a metà del XIX secolo scoprì questa remota gola che squarcia il corso del fiume Zambesi. Nominò le cascate di Vittoria, in onore della Regina d’Inghilterra, sebbene localmente fossero ben note con il nome di Mosi-oa-Tunya, il fumo che tuona.
Varchiamo i confini del Botswana giungendo nel Parco Nazionale di Chobe a Kasane. È il terzo parco naturale per dimensione della regione, tuttavia il più rinomato per la moltitudine di specie selvatiche presenti. La riserva è divisa in quattro aree caratterizzate per habitat diversi tra loro. A nord-ovest troviamo l’area dello stagno di Linyanti, caratterizzato da lagune e pianure alluvionali ricche di fauna. Ad ovest vi è quello che rimane di un grandioso lago preistorico, scomparso a causa dei movimenti tettonici. Oggi il canale di Savuti è l’unico corso d’acqua che alimenta in modo irregolare l’omonimo stagno. La prateria e la savana che circonda la regione è anch’essa ricca di fauna. La zona nord-orientale del parco, denominata Sorondela Area, è caratterizzata da pianure rigogliose e alberi di teck. Si affaccia sul fiume Chobe che costeggia tutto il parco ed è qui che si radunano giganteschi pachidermi ed erbivori. Sono proprio gli elefanti che rendono famoso il parco nel mondo. Vanta infatti la più alta concentrazione di esemplari di tutta l’Africa. Ad oggi gli esemplari ammontano circa a 120.000 unità, numero che sta crescendo costantemente dagli anni novanta, quando si erano ridotti a poche migliaia di esemplari. Nonostante l’elevata concentrazione di elefanti, l’amministrazione del parco si è rifiutata di attuare programmi di riduzione selettiva della specie, come invece avviene in altre riserve naturali.
È qui cha ha inizio l’avventura più wild del nostro viaggio. Un’imbarcazione ci ha traghettato lungo il fiume, percorrendo il confine naturale con lo stato della Namibia. Gli argini sono frequentai da tutti gli animali che fino ad ora avevo potuto vedere nei documentari del National Geografic. Rimaniamo a bocca aperta. Giganteschi ippopotami e preistorici coccodrilli punteggiano le acque, mentre gli erbivori pascolano nella prateria. Siamo fortunati e riusciamo ad intravvedere un leopardo intento ad oziare sul ramo di un grande albero. Scorgiamo una famiglia di Ghepardi, i piccoli intenti a giocare tra loro con la vigile madre che non perdeva di vista nessuno dei nostri movimenti.
La notte la trascorriamo accampati nelle tende. Le precauzioni non sono mai troppe. Aleggia un timore reverenziale per i predatori notturni e stiamo ben attenti a non allontanarci dai fuochi. Percepiamo le iene vicino alle tende, ad ogni rumore il sonno si interrompe. Al mattino la nostra guida scorge le orme di un leone.
Lasciato il parco Chobe abbiamo proseguito per la riserva Moremi: situata all’interno della zona del delta del fiume Okavango è caratterizzata da ampie zone di terreni aridi che affiorano tra vaste paludi. La varietà della fauna e le suggestioni del paesaggio rimarranno indelebili nella nostra memoria per lungo tempo. Durante uno dei trasferimenti in carovana, siamo riusciti ad assistere all’incredibile scena di caccia di un leopardo. Lanciatosi fulmineo dal ramo di un albero, si è gettato a capofitto verso un gruppo di impala! Colti di sorpresa durante il pascolo sono stati presi dal panico Una scena da documentario naturalistico.
Raggiunta la cittadina di Maun, centro strategico per accedere al Delta ed ai parchi della regione, abbiamo effettuato un volo aereo sull’Okavango, terzo fiume dell’Africa per lunghezza. Non arriva al mare e la sua foce termina nelle saline del Botswana centrale, che poi lasciano spazio al temibile deserto del Kalahari.
Il nostro viaggio è proseguito verso sud fino a Makgadikgadi Pan, zona densa di saline. Un mare bianco, abbagliante e inospitale circonda Kubu Island, l’isola senza oceano. Appare come una roccia, circondata dal nulla per chilometri. Ovunque si sposti lo sguardo, tutto ciò che si scorge è la distesa salina, apparentemente priva di vita. Kubu è ricoperta di baobab, sentinelle millenarie dall’immenso fusto in grado di immagazzinare tanta acqua per resistere a periodi di siccità prolungati. Molte leggende contribuiscono a rendere questo albero mitico. La più diffusa è un monito a cosa accade se non si è mai soddisfatti di ciò che si possiede. Si narra che il baobab sia stato uno dei primi alberi a comparire sulla terra. Dopo di lui venne la palma, snella e graziosa. Quando il baobab vide la palma, smaniò per essere più alto. Poi conobbe il bell’albero della fiamma e fu invidioso del suo meraviglioso fiore rosso. Quando scorse l'albero di fico carico di frutti, pregò per averne anch’esso. Gli dei si arrabbiarono a tal punto per le richieste eccessive del baobab, che lo sradicarono e per acquietare le lo ripiantarono al contrario. Per questo motivo ha dei rami che sembrano radici rivolte verso l’alto.
A Kubu sono presenti i resti della presenza dell’uomo risalenti a 2000 anni fa quando l’isola era circondata dalle acque. Accamparsi in quest’isola è stato indimenticabile. Qui abbiamo assistito a tramonti spettacolari e allo sfavillio della volta celeste.
Kubu Island è stata la boa di poppa del nostro safari. Siamo poi risaliti verso Kasane facendo tappa al santuario degli uccelli e quindi di nuovo Victoria Falls per il rientro in Italia.
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